Leggo la lettera di Pier Luigi Celli a Repubblica e rimango impressionata.
Basita dai commenti degli italiani depressi o infuriati.
Un uomo di potere che ha probabilmente contribuito alla situazione che abbiamo in Italia oggi consiglia al figlio di andarsene. E la folla si divide in due parti compatte, ma con opionioni opposte.
Da una parte ci sono i genitori che, loro malgrado, consigliano ai figli di dare un taglio più o meno netto alle loro radici e trasferirsi via all’estero. Dall’altra ci sono i genitori che attaccano l’autore della lettera, un personaggio che fa sicuramente parte della casta dei protetti, degli uomini potenti italiani, dicendogli che è inutile e sbagliato ora gettare la spugna consigliando al figlio di andarsene. Sarebbe stato meglio non scendere a patti e cercare di fare qualcosa prima.
Come dare torto alle due visioni. Sono entrambe talmente vere e talmente sofferte. Consigliare al proprio figlio di andarsene via dalla propria famiglia, dalle tradizioni con cui si è convissuto, dagli amici con cui si è cresciti non è banale. Anche per semplici motivi di egoismo: quali sono i genitori che vorrebbero vedere i loro figli andarsene e passare la loro vecchiaia in solitudine, senza il calore e l’affetto della propria creatura? Dall’altra però è così maledettamente vero che la generazione di cui fa parte Celli è quella che più di tutte ci ha portato alla rovina, che proprio lui difficilmente (e sottolineo difficilmente) per ricoprire gli incarichi che ha svolto e che svolge tuttora non sia sceso a compromessi sporcandosi un po’. Ora, dopo gli errori è giusto gettare la spugna e consigliare al proprio figlio di andarsene?
Ovvio che la generazione di Celli ne ha combinate di cotte e di crude, ovvio che l’Italia ora non è un posto splendido per iniziare la propria vita lavorativa. Ci sono tante cose ovvie, ma non credo che se Celli (ammesso poi che sia così) abbia sbagliato qualcosa nella sua vita lavorativa, allora non possa consigliare al figlio di andare via. Quanti ancora ci devono rimettere?
Quanto futuro può avere una persona dotata di conoscenze e di intelletto al giorno d’oggi in questo paese? A mio modo di vedere le cose molto poco. L’altro giorno il mio relatore mi ha detto che il mio tema di tesi, se strutturato meglio e approfondito sarebbe un’ottima tesi di dottorato. E poi ha concluso dicendo che purtroppo adesso all’università c’è un gran casino (quindi sconsigliandolo caldamente).
Quindi, cosa vogliamo fare? Si tratta del bene comune o di quello individuale? Sono queste i fattori che vogliamo portare sui piatti della bilancia? Se me ne vado io non riuscirò ad aiutare il mio paese ad uscire dal pantano in cui è stato ficcato dai soliti noti. Se rimango verrò sopraffatta dal clientelismo e dal nepotismo che impera e governa dappertutto. Senza contare che essendo io di sesso femminile (ad esempio) sono già discriminata in partenza.
Caro Celli, io non le dò dell’ipocrita. Non le dò dell’incoerente. Nella sua lettera io la vedo nella maniera più umana possibile: come un padre preoccupato per il futuro del proprio figlio. E che gli consiglia di fare la scelta più dolorosa possibile: andare via.