Oggi ho un paio di cose da dire.
La prima è che sto leggendo un libro bellissimo.
La seconda è che ieri sono andata in segreteria studenti.
Partiamo dalle brutte cose e passiamo a quelle belle. Sono una di quelle che preferisce lasciare in fondo le cose che piacciono di più. Come quando hai un bel piattone con due cose. Una ti piace meno e l’altra molto molto di più. Da che parti? Io parto da quella che mi piace meno, così poi posso godere l’altra. C’è chi dice che sarebbe meglio partire da quella che piace di più, metti caso che poi non si faccia in tempo a godere in fondo – ovviamente inteso in senso metaforico e non di un mero piatto di erbette e patate al forno -, ma io sono fatta così.

Ieri sono andata alla segreteria studenti. Ero abbastanza tranquilla, nonostante andare in qualunque segreteria studenti sia come decidere di tirarsi una rivoltellata in fronte. Pensavo che dopo essere riuscita a uscire indenne da esperienze di vera e propria guerra alla segreteria studenti di architettura di Firenze, quella del Politecnico di Milano fosse una passeggiata.
Non mi sbagliavo di molto, ma l’incompetenza arriva a limiti che non ci possiamo nemmeno immaginare.
Segreteria nuova, palazzo gigante con monitor dappertutto per indicare i turni di attesa. Una divisione sistematica per argomenti – le categorie arrivavano almeno fino alla q, fate voi – e salette d’attesa abbastanza confortevoli con possibilità di utilizzare anche i computer (chiaro, solo nel sito del Politecnico, quindi utilissimo).
Prendo il mio biglietto contrassegnato con la lettera G – tasse. E mi siedo ad aspettare. Passa oltre mezz’ora senza che la lettera G compaia mai nel monitor. Comincio ad agitarmi e spazientirmi. Ma cosa sta succedendo? Possibile che il sistema informatizzato super figo nuovo di pacca si sia dimenticato proprio della mia G? Carrellate di R, T, perfino Q passavano senza che la G si facesse vedere.
Finalmente compare una G: avevo non uno, non due, ma 8 numeri davanti. Presa dallo sconforto mi armo di pazienza e attendo.
Dopo un’ora (il ritmo si era velocizzato un po’) finalmente è il mio turno.
Ah, non vi ho detto il problema per cui sono andata in segreteria. Questa settimana scade il termine per l’iscrizione alla sessione di laurea. Ci si può iscrivere solo online e il sistema del Politecnico alla fine dell’iscrizione mi ha dato non uno, ma due problemi. Secondo “lui” non ero in regola con le tasse e non avevo compilato il maledetto CV online. Conoscendo le lungaggini burocratiche volevo evitare di rimanere esclusa dalla sessione di laurea per un melodramma amministrativo, quindi mi sono mossa verso la segreteria per vedere di risolvere vìs-a-vìs la questione.
Corro verso il mio sportello (a quel punto la tipa dello sportello tasse era impazzita e aveva cominciato a far passare i turni senza nemmeno darti il tempo di percorrere il corridoio)e presento il mio problema per scoprire che non era un problema. Semplicemente il Politecnico ti gira questo avviso a mò di terrorismo psicologico, solo per tenerti sulla corda. In realtà devi solo pagare la tassa di iscrizione alla sessione di laurea, e sei a posto (cosa che avevo puntualmente fatto quella mattina). Va beh, un’ora buttata nel cesso per sentirmi dire che si divertono a farti stare in pena quando ti manca poco a discutere la tesi e sei già abbastanza agitata per i cavoli tuoi.
A quel punto ho un lampo di genio. Penso di poter chiedere alla signorina dello sportello tasse se il problema del CV online è della stessa natura. Ovviamente la signorina dello sportello tasse non sa come rispondere, anche io come penso di poter chiedere alla signorina dello sportello tasse una cosa che non compete perfettamente nella categoria G?? Che stupida.
Mi rimbalza sullo sportello a fianco, dicendo che mi ha inserito lei nella lista d’attesa e che devo solo aspettare che il mio numero compaia sullo sportello 17.
Torno a sedermi aspettando pazientemente, quasi sicura che il problema fosse dello stesso tipo: puro terrorismo psicologico.
Aspetto. Aspetto. Aspetto. Dopo mezz’ora vado dalla signorina dello sportello 17 e le dico che quella di fianco mi aveva rimbalzato su di lei, ma sembrava che io non volessi essere convocata dall’antipatico sistema informatizzato di chiamata dei turni. Miss Simpatia (aka la signorina dello sportello 17) non mi degna di uno sguardo e mi dice di aspettare il mio turno. Torno a sedermi mestamente.
Altra mezz’ora e un po’ irrigidita – avevo menzionato che le sale d’attesa erano abbastanza confortevoli? – mi muovo di nuovo verso la signorina dello sportello 17, stavolta con cognizione di cause. Avevo osservato il monitor attentamente e vedevo che tutte le volte che chiamava un numero c’era indicato che non nessun altro era in attesa. Mi rivolgo a lei con un po’ più di convinzione e le dico che non capisco perché non mi chiama e perché secondo il computer io non esistevo. Finalmente Miss Simpatia mi guarda e dice: “ah forse la signorina delle tasse non l’ha spostata sulla mia lista. Va beh, si sieda” con fare scocciato.
Sorridente mi siedo e le spiego il mio problema. Risposta: “ah, non si preoccupi, il computer fa sempre così per darci il tempo di controllare che lei abbia fatto tutto. Quindi se lei ha compilato il CV online non c’è problema”
AAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH!
Ecco, lo sapevo. Ma zozza puzzola maledetta. Ma non potevi dirmelo prima?? E sbotto.
“Scusi, ma non poteva degnarmi di uno sguardo quando sono venuta qui prima? Ho appena perso due ore per niente. Bastava che mi ascoltasse un 10 secondi netti senza rispondermi male”
“Ma io non le ho risposto male.”
Ah ah ah. Ero talmente innervosita che le ho fatto il verso. Capito? Il verso… Una bambina di 12 anni, ecco cosa sono sembrata. Però l’ho fatta incazzare (risultato ottenuto!). E mi ha salutato con un freddo “Arrivederci signorina”. Inclinazione del tono simile a quello di un razzista appena uscito dalla messa che si trova di fronte un ragazzo di colore che gli vuole vendere un libro sulla carità umana.
E me ne sono andata. Con i miei problemi risolti, ma con un incazzo degno di Nobel per l’incazzatura.
E adesso il libro bellissimo.
Normalmente non mi piacciono i racconti. Li trovo troppo veloci e sbrigativi. Ho fatto un’eccezione perché mamma mi ha detto di comprare il libro per lei, ma ce l’ho ancora io per motivazioni lunghe da spiegare. L’ho iniziato due giorni fa e questo racconto mi ha lasciato con il cuore un po’ più gonfio. Si intitola “Nuvole” e racconta di un dialogo in spiaggia in Croazia tra una ragazzina adottata da italiani di 11 anni e un signore malato terminale.
Inutile cercare di descriverlo. Inutile riportare degli stralci. Per la sua intera lunghezza era illuminante e dolce, drammatico e idealistico. Il dialogo tra i due passa da banalità come la bambina che chiede al signore perché non si vuole abbronzare e perché non fa mai il bagno a questioni intense come il perché esiste la guerra e quando sia giusto difendere i propri ideali, anche se sbagliati ma sorretti da buona fede. La ragazzina sveglia e brillante, con una parlantina che esiste solo per chi è ancora bambino è descritta meravigliosamente dai suoi discorsi e dai suoi ragionamenti. Il signore, ex combattente che aspetta la sua fine, è dolce e triste e paziente e sognatore.
Il tutto si conclude con i due stesi su due sedie sdraio sulla spiaggia che cercano di indovinare il significato delle nuvole.
So che queste tre righe non rendono giustizia al racconto, e so anche che dall’inizio di questo post qualcuno si poteva aspettare di più per la parte bella. Ma come le patate arrosto finiscono sempre troppo in fretta mente le erbette rimangono lì troppo a lungo. Beh anche per l’incazzatura e i bei libri c’è la stessa proporzione.
Semplicemente leggetelo.
Antonio Tabucchi, “Il tempo invecchia in fretta”, Feltrinelli 2009.
